Cosa direbbe Mark Fisher dei giardini digitali

Del filo rosso che collega il cyber, il punk e i blog

Ritengo che Mark Fisher sia stato un vero punk. Se c’è uno da cui prendere ispirazione, direi che è lui. Non mi riferisco solamente ai prodotti mediali pop, alla cultura intersezionale, alle analisi sociopolitiche più o meno ortodosse, né solo alle sperimentazioni teoriche e di mezzi e linguaggi, al [Punk come sinonimo di queer] o al [Punk come sinonimo di hack]. Sto parlando di tutte queste cose insieme.

Non voglio ancora entrare nel merito, ma credo che a mettersi a spulciare negli archivi di k-punk si troverebbe da studiare per quattro semestri almeno. Intanto, approfittando del fatto che la casa editrice Minimum Fax l’ha tradotto e inserito nella raccolta Il nostro desiderio è senza nome: scritti politici, vorrei dire alcune cose su un post pubblicato su k-punk il 16 aprile 2005 e intitolato Why K?. Ti consiglio di leggerlo se sei addentro a queste cose: è una lezione di vita in cui, con lo scalpello e col bisturi, Fisher racconta il senso del punk, del K- e anche dei blog.

Fisher scrive:

«“K” veniva usato come sostitutivo visceralmente preferibile al cyber in uso nel mondo californiano/Wired (dato che il termine cibernetica deriva dal greco kuber). La CCRU [Cybernetic Culture Reserch Unit] interpretava il cyberpunk non come un genere letterario (un tempo di moda), ma come una tendenza culturale distributiva, agevolata dalle nuove tecnologie. Allo stesso modo, “punk” non definisce un genere musicale particolare, ma una confluenza al di fuori di un uno spazio legittim(at)o: le fanzine erano molto più significative della musica perché consentivano e producevano una modalità completamente nuova di attività virale che distruggeva il bisogno di un controllo centralizzato.»

Tanto il cyber (o kuber), quanto il punk, hanno perciò una valenza anche e forse essenzialmente politica. E d’altronde è questo orizzonte, nel quale si collocano i saggi raccolti in Realismo capitalista, che fa di Fisher un autore politico. Ma è difficile occuparsi di cultura, di umani e di mondo all’alba del Ventunesimo secolo, senza arrivare a interrogarsi sulla comunicazione, sul senso, l’uso e le possibili derive dei [Media] e delle retoriche ai quali ci stiamo lentamente ma piuttosto agevolmente abituando. Proprio qui si colloca il punk che Fisher identifica con le fanzine: “una modalità completamente nuova di attività virale che distruggeva il bisogno di un controllo centralizzato.”

E qui si colloca anche un nuovo medium: il blog. In continuità con le fanzine, al ciglio di una strada non ancora battuta, intravvediamo una “confluenza al di fuori di un uno spazio legittim(at)o”. La scelta di scrivere un blog, qual è K-punk appunto, è forse più significativa in sé di tanta teoria precedente e successiva.

«Perché ho aperto il blog? Perché sembrava uno spazio — l’unico spazio — in cui era possibile portare avanti il genere di discorso che era iniziato nella stampa musicale e nelle art school, ma che era quasi del tutto scomparso, con quelle che ritengo conseguenze culturali e politiche terribili. Il mio interesse per la teoria è stato quasi completamente ispirato da autori come Ian Penman e Simon Reynolds, quindi per me è sempre esistito uno stretto legame tra teoria e pop/cinema.»

Ci tornerò sopra. Ora, credo che Mark Fisher abbia avuto tutto il tempo (è morto nel 2017) per rendersi conto:

  1. di quello che i blog stavano diventando, e
  2. dell’ospite inquietante che li avrebbe ben presto spazzati via.

D’altronde ho trovato illuminante un pezzo di Kevin Drum del gennaio 2015 intitolato Blogging Isn’t Dead. But Old-School Blogging Is Definitely Dying. E forse, ma dico forse, solo oggi possiamo cominciare a intravvedere uno spiraglio di luce per il mondo del blogging (o perlomeno un grande desiderio di ripartire — ad esempio da questo post di un giovane comunicatore che seguo e ammiro molto). Sarò di parte, ma credo veramente che il fenomeno dei [Digital gardens] potrebbe essere un segnale. Probabilmente lo sto sovrastimando per via di un bias cognitivo, magari sono davvero pochi e tristi come i [Digital gardens italiani]. Eppure credo che esista in qualche misura un desiderio di ripartire dalle fondamenta, dalle idee, che fa il paio con una sempre più diffusa sfiducia nel “capitalismo della sorveglianza” e nelle multinazionali del tech.

E quindi, per tornare alla questione iniziale: che cosa direbbe Mark Fisher dei giardini digitali?

Io penso che sarebbe cauto, ma allo stesso tempo ottimista. Da un lato la cautela è doverosa nel momento in cui l’attività di “coltivare” un giardino digitale va di pari passo con la sperimentazione tecnica, per cui per costruire un ambiente come questo si rende necessaria una disponibilità di tempo, strumenti e conoscenze assai più grande di quella richiesta da uno stato su Facebook o su Tumblr. Non facciamo finta di non accorgerci che buona parte dei [Digital Gardeners] sono persone che di professione si occupano di comunicazione o di tecnologie, o di tecnologie della comunicazione ([UX/UI], web developing, SEO, digital marketing, data analysis ecc.).

Dall’altra parte, come ho già detto, uscire dal recinto concettuale dei social e dei CMS “classici” (Wordpress in testa) è non solo liberatorio, ma anche incredibilmente stimolante, è punk sia come queer che come hack. E tuttavia, non posso fare a meno di pensare che, per quanto teoricamente condivisibile, una conquista come questa non sarebbe stata compresa fino in fondo da Mark Fisher o da uno qualsiasi dei blogger della “generazione” passata. La versatilità degli strumenti e la difficoltà tecnica che oggi noi rivendichiamo, fino a quasi gli anni Dieci erano sostanzialmente l’unico modo di fare quello che facciamo. Quindi sì, forse oggi Mark Fisher sarebbe uno di quelli che vanno in giro a dire “Elimina i tuoi account social”, ma non l’ha mai dovuto fare. È incredibile quanto poco tempo ci è servito per inventarci una gabbia concettuale e iniziare una battaglia per distruggerla.

Pubblicato il 3 febbraio 2021 su giardino punk

24, from Italy. I work in Media and Communication, interested in literature, tech and LGBTQ+ topics. [he/him]

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