Madame, la stampa culturale e il genere

Come la semplificazione estrema del discorso sul genere va (di nuovo) a scapito di inclusione e parità

Ieri, 19 marzo 2021, è uscita sulla rivista Sette del Corriere della Sera un’intervista alla rapper Madame, nota al grande pubblico per la sua performance a Sanremo di quest’anno. L’intervista, firmata da Teresa Ciabatti, fa il paio con un articolo uscito mesi fa sempre sul Sette (prefazione di Ciabatti) in cui lo scrittore sestina Strega Jonathan Bazzi parlava pubblicamente del suo essere gender fluid. Fanno il paio, come ho detto, perchè l’intervista a Madame si è guadaganta la copertina di Sette con il titolo: Un giorno mi sveglio femmina e l’altro maschio.”

Ora, per quanto rigurada Bazzi e la sua leggerezza nell’uso di “sesso” e “genere” è un argomento di cui ho già discusso su Instagram e non voglio tornarci più. Ma proprio dallo stesso punto vorrei partire per parlare dell’intervista di Madame. Ci tengo a mettere in chiaro che questa non è una critica verso Madame, che essendo nata nel 2002 e non essendo un’attivista, probabilmente dà per scontati molti dei concetti su cui io pedantemente mi soffermo. Questa è semmai una critica a chi, conoscendo la società e (si spera) questi temi, non ha ritenuto necessario fare qualche specifica, e anzi ha trovato che fosse una buona idea titolare la rivista in una maniera tra il rainbowashing e il clickbait.

Partiamo dall’ovvio. Da un punto di vista strettamente scientifico la frase di Madame è sbagliata. Quello che lei ha operato è un’estensione di due termini (maschio e femmina) che hanno un preciso significato nella biologia, basti pensare al fatto che si applicano a tutti gli animali e non solo agli umani. Possiamo certamente discutere sulla liceità e sull’arbitrarietà di questa schematizzazione (ad esempio: quali fattori entrano in gioco nella definizione medica di “maschio” e “femmina” per gli umani ecc.), ma non è questo il momento. In qualsiasi caso, alla nostra specie (Tiresia esclus*) non è permesso di passare così facilmente da un sesso all’altro.

Ovviamete quando Madame pronuncia questa frase (che peraltro è tagliata nel titolo, perché la frase intera dice “mi sveglio più femmina e l’altro più maschio”) non sta parlando di sesso in termini di biologia, ma di genere. Il genere è un fattore che non ha niente a che vedere con la biologia e, sebbene qualche volta tenda ad essere naturalizzato in discorsi come “comportamenti da maschi/da femmine”, dipende da una definizione socioculturale binaria che divide il mondo in due aspetti (ne ho parlato in [Maschile singolare]). Al di là dello sviluppo storico della definizione dei generi, mi pare che questa componente socioculturale ce l’abbiamo tutti ben chiara (se non altro perché, voltando pagina rispetto all’intervista di Madame, Sette pubblica un articolo sul nuovo libro di Remotti che parla dell’identità come prodotto storico e culturale — è anche possibile che quelli di Sette non si leggano tra di loro, non escludo niente, ma mi parrebbe strano ecco…).

Rivendicare pubblicamente la differenza di piani tra sesso biologico e genere, cioè tra parti anatomiche e ruoli sociali, è un aspetto importantissimo delle battaglie per la parità di genere. Significa essere legittimamente in grado di dire: ho il pene ed è normale che io cucini e stiri, o posso essere un genitore single, o non è normale che abbia atteggiamenti aggressivi e predominanti nei confronti de* altr* — oppure ho il ciclo e posso essere magistrat*, direttore/direttrice d’orchestra, astronauta, Presidente della Repubblica. Sembrano esempi molto banali ma denaturalizzare i preconcetti sul genere significa anche smettere di giustificare alcuni comportamenti che rientrano a pieno titolo nella violenza di genere (più in generale, direi altrove, “eradicare il patriarcato”).

Poi, una volta che abbiamo stabilito questo, mi piacerebbe molto mettermi a discutere di che cos’è effettivamente il genere e di che cosa giustifica una differenza di comportamenti e aspettative da parte della società a seconda che una persona sia “uomo” o “donna” o qualcos’altro. La mia opinione [Queer] è: niente, nada. Il genere è niente e niente giustifica un doppio standard se non il fatto che storicamente è sempre stato così. Ma per arrivare a questa concezione non è sufficiente dire “sono maschio un giorno e femmina l’altro”, occorre un pensiero leggermente più articolato per essere pres* sul serio, e mi sta bene, come dicevo, che Madame dia tutto questo per scontato, ma che de* giornalist* fatti e finiti, e consapevoli del loro pubblico e del mondo culturale in cui la loro copertina si inserisce passino sopra a questo non mi sta bene. Se i media di massa devono parlare in questi termini delle questioni di genere è meglio che non lo facciano. Non sorprendiamoci poi se l’opinione pubblica (inclusa ArciLesbica) è convinta che siamo un branco di radicali ideologici che negano la differenza materiale tra un pene e una vagina — perché è esattamente quello che Sette sta facendo.

Io credo che esista una differenza biologica tra maschi e femmine, così come esiste tra ogni maschio e ogni femmina e ogni individuo del genere umano. Esiste una differenza fattuale tra me che sono bianco e alto uno e settanta e un nero alto uno e ottanta. La questione non è che una differenza ci sia, ma piuttosto: perché alcune differenze comportano dinamiche di potere e altre invece no? Perché il fatto che io sia alto uno e settanta e lui uno e ottanta non ha alcun portato politico, mentre il fatto che io sia bianco e lui nero ce l’ha? Chiedersi questo, in primo luogo, e in secondo luogo come possiamo destrutturare le dinamiche di potere esistenti e naturalizzate, questo è ragionare da attivisti e servire alla causa di un mondo più equo. Non mettere la foto di Madame nuda sulla copertina con su scritto “Un giorno mi sveglio femmina e l’altro maschio.

Pubblicato il 20 marzo 2021 su giardino punk.

24, from Italy. I work in Media and Communication, interested in literature, tech and LGBTQ+ topics. [he/him]

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