Traiettorie di un Paese di piombo

Quattro romanzi e un film sulla violenza politica nell’Italia degli anni Settanta

Tutti i romanzi sono romanzi storici, da un certo punto di vista, specie quelli che parlano della contemporaneità. Tutta l’arte affonda le sue radici in un mondo concreto e continua ne trasudarne i valori anche dopo decenni, magari in un altro continente. L’odore ferroso nella Praga sovietica di Kundera, il jazz dei ruggenti anni Venti di Fitzgerald, la nausea alcolica nella Città del Messico esule di William Burroughs. Ogni situazione crea persone e personaggi inscindibili dai loro mondi, anche, forse soprattutto, quando vi si oppongono.

Alcuni romanzi (romanzi e non solo) fanno qualcosa di più. Riescono, con un meccanismo quasi brechtiano, a mettere il lettore nella condizione di guardare, forse per la prima volta, ai fatti finalmente liberati dalla loro narrazione unica, acritica e autocoerente. Non fatti puri, ma narrazioni alternative. Alcuni autori e autrici intavolano un dibattito con sé stessə (o contro sé stessə) sostenendo e difendendo tutti i punti di vista, ammettendo infine di non sapere più dov’è il giusto, il buono, la verità storica, facendo sì che il loro testo abbracci una spaventosa complessità.

Il partigiano e il terrorista

Il primo a prendere la parola è Giorgio Fontana, che nel suo Morte di un uomo felice (Sellerio, 2014) prova a immaginare un parallelo insieme banale e del tutto sconvolgente. Di fronte al moderatismo progressista piccolo-borghese del suo protagonista, il magistrato Giacomo Colnaghi, Fontana mette una domanda scomoda. Qual è la differenza sostanziale, gli chiede, tra l’agire del padre morto partigiano e quello dei giovani terroristi delle sinistre extraparlamentari a cui Colnaghi dà la caccia?

Cosa sono un partigiano e un terrorista se non due modi di dire la stessa cosa, due termini gemelli, differenziati da una connotazione morale appiccicata a posteriori che pretende di discernere l’eroismo dal fanatismo, il patriottismo dall’ingenuità? Alcuni gruppi come i GAP di Giangiacomo Feltrinelli facevano esplicito riferimento a una fondazione in presunta continuità con gli ideali della Liberazione. E se avessero avuto ragione?

Nel romanzo di Fontana è proprio uno di questi personaggi, un sospetto terrorista, durante un interrogatorio, a tracciare con parole vere la linea immaginaria che collega le due generazioni “resistenti”. È un pensiero che Colnaghi aveva già fatto, inutile negarlo, come forse ognuno di noi; ma a questo punto, di fronte alla materialità e all’arroganza di un’idea pronunciata a voce alta, il magistrato si trova di fronte a un bivio: ignorare le farneticazioni del ragazzo e ristabilire l’ordine sociale secondo il suo ruolo, oppure consentire l’insinuarsi di un dubbio moralmente poco accettabile soprattutto alla luce di quel ruolo. Ma a questo punto Colnaghi, il nostro specchio e la nostra guida all’interno di questa storia, si sta già sgretolando. La sensazione è che il sospetto terrorista non stia affatto parlando al magistrato che gli siede di fronte, come raggelato sulle sue posizioni, bloccato in una specie di dissonanza cognitiva. Il giovane passa oltre e, con uno sguardo in camera, parla direttamente a te che leggi.

Ecco la fuoriuscita, il rovesciamento brechtiano. Colnaghi è l’immagine perfetta: moderato di sinistra, maturo e razionale, e senz’altro buono. Ricorda anche lui tutti i vari Edipo, Macbeth e Darth Vader, nella sua solidissima convinzione di agire nel giusto, cieco all’incrinatura di senso che forse un cinico, forse una persona più bassa, non si sarebbe lasciata sfuggire per tutta una carriera. Crede nell’ordine e nella democrazia, ci crede veramente. É un uomo di principî, un po’ solitario forse. Rappresenta tuttə e il meglio di ciò che siamo. Tu che leggi non puoi che comprenderlo, tu moderatə di sinistra che mai nella tua vita hai pensato di metterti a giustificare i terroristi, sei un po’ Colnaghi. Mezza attenzione rivolta alla sua indagine e l’altra mezza al tuo presente, in cui la lotta politica sembra soccombere al realismo. Pensi: ci stiamo risparmiando il sangue delle stragi insieme con l’esito della Resistenza.

L.B., il padre

Quello di Marta Barone è un padre diverso da quello del magistrato Colnaghi. Sia perché si trova idealmente dal lato opposto di quella “connotazione morale appiccicata a posteriori” contro cui Fontana faceva sbattere il suo protagonista; ma anche perché i sentimenti che accompagnano L.B. nella vita della figlia sono molto distanti dall’orgoglio e l’ammirazione per l’eroe caduto. Tanto per cominciare, L.B. è morto per conto suo, non in battaglia e di certo non da eroe. Era un uomo piuttosto comune, così lo ricorda Marta Barone, un padre ruvido, seduto in un trasandato appartamento del centro di Torino. Solo dopo, quando è ormai morto, si presenta l’occasione di scorgere un pezzetto inedito di quel padre e uomo; si presenta sotto forma di un vecchio scartafaccio che era rimasto chiuso in un cassetto: sono gli atti di un processo per banda armata.

Nota Barone:

Nella collisione ìmpari tra le biografie individuali e la storia generale, le date e i dettagli di solito appartengono soltanto ai morti, ai notabili e agli assassini.

Sullo sfondo di una Torino Città sommersa (Bompiani, 2020), si svolge l’epopea di una figlia che cerca di conoscere suo padre, terrorista e traditore, amico, compagno, guida carismatica, membro di un partito destinato a morire abbandonandolo nell’ingiustizia della libertà. Mette in scena luoghi iconici come gli stabilimenti Fiat e i quartieri proletari di Falchera e Mirafiori, disegna quella geografia del terrore ancora inscritta nella sostanza di una città. E questa nuova Torino sommersa si sovrappone a quella che Marta Barone aveva conosciuto fin dall’infanzia, le cronache delle stragi riportano i nomi delle stesse vie in cui è cresciuta. Lontano e vicino, in una convergenza temporale sugli stessi luoghi in cui si è svolta la Storia con la S maiuscola, e la storia (minuscola) di L.B. E dove la memoria degli uomini e delle donne si incrocia con quella degli storici e dei giornalisti, lì sorgono atrocità come quella di un ragazzo dato alle fiamme per errore, e di un altro accoltellato sotto gli occhi di L.B.

Eccolo L.B., annullato nella sua autorità di padre da eventi accaduti molto prima che lo diventasse. Marta Barone si scontra con alcune delle domande più complicate per unə figliə. Chi erano i miei genitori quando non erano ancora i miei genitori? Che responsabilità hanno del mondo che mi hanno consegnato? Per quale motivo sembra impossibile conoscerli se non attraverso la loro partecipazione come tessere di un mosaico a eventi più grandi di cui le loro azioni rispecchiamo un solo punto di vista nel mare della complessità? E in fondo, che diritto ha unə figliə di approvare o disapprovare la vita di un genitore?

Il fascino della violenza

Altrettanto umana di quella di Barone è la voce che racconta con una speciale angolazione la violenza politica in Il tempo materiale di Giorgio Vasta (Minimum Fax, 2009). Siamo a Palermo nel 1978, e il protagonista di questa storia ha undici anni, nome di battaglia: Nimbo.

Mark Fisher scriveva, a proposito della violenza di matrice religiosa, che non è l’odio per l’altro a spingere una persona a imboccare la strada del terrorismo internazionale, ma è al contrario il desiderio di aiutare lə propriə simili, quellə di cui si condividono sì i valori, ma soprattutto le difficoltà contingenti, le condizioni materiali. Giorgio Vasta sembra suggerire che le ragioni stesse della lotta armata, che sia partigiana o brigatista, siano più complesse di quel che si tende a pensare. La sua contronarrazione abbandona tutte le retoriche note del patriottismo, della giustizia, della libertà, del socialismo. Per Nimbo partecipare alla lotta armata non è, come per L.B., fare appello a valori e teorie politiche per ribellarsi all’oppressione del lavoro industriale; per Nimbo è cercare di sfuggire ad altre condizioni materiali, condizioni nuove, che non sono mai state raccontate prima d’ora e in questi termini, perché mai prima d’ora era stata data la parola all’esperienza di un ragazzino di undici anni. Nimbo sta cercando una via d’uscita ai propri problemi, non a quelli dell’Italia né a quelli di Palermo o di una generazione, non c’è intento politico nella sua idea di violenza politica. L’obiettivo è astrarsi dalla banalità della vita di un ragazzo provincia, diventare adulti e iniziare a contare qualcosa, sperimentare una forma di cameratismo profondo, nuovi rapporti e ruoli, scoprirsi e inventarsi.

A mio avviso, la vicenda di Nimbo ci può far riflettere su due questioni. La prima è quanto la Storia d’Italia (ogni Storia, ma particolarmente quella d’Italia) non sia in realtà una storia. L’Italia degli anni di Piombo è un esempio di quella ricchezza e varietà e instabilità che difficilmente troviamo restituita dalla cronaca storica, perché si snoda in un sistema di centri e periferie in cui non sempre si dà spazio alla narrazione delle province. La violenza politica, per come la racconta Giorgio Vasta, è anche un vettore di questo scollamento tra centri e province: quando Nimbo accarezza il pensiero della banda armata, si immagina alcuni dei gruppi allora più noti, quelli di cui legge sui giornali e sente parlare alla televisione, che operano nelle città industriali e universitarie del nord Italia. La distanza geografica, come nei miti dell’estremo Oriente, gioca un ruolo importante nella fascinazione che Nimbo e i suoi amici provano per le bande armate.

Questo ci porta al secondo tema che Il tempo materiale solleva con forza, ossia la natura di quella fascinazione. Gli occhi con cui Nimbo guarda alle organizzazioni di Milano o di Torino sono quelli con cui qualsiasi adolescente guarda alle pop star del suo tempo. E anche il brulichio di attività che vanno dal fare piani al rasarsi i capelli, allo scegliere i nomi di battaglia ecc., conservano un che dell’emulazione e del gioco di un’età ancora non del tutto adulta, pur essendo allo stesso tempo veicoli di un agire nel mondo che non è solo simbolico (l’assomigliare alle bande armate, l’identificarsi con loro), ma materiale appunto, e nella trama del libro avrà conseguenze assai concrete.

La politica di cui parla Vasta in questo romanzo è perciò lontanissima dalla critica e dal pensiero politico. La cronaca politica è per questi ragazzini una versione intellettualmente edificante della squadra di calcio del cuore: un elemento fortemente identitario, divisivo rispetto al resto del mondo, con un valore profondamente emotivo. La rabbia non esiste, o perlomeno, come scrive Mark Fisher sul terrorismo a sfondo religioso, non è il motore principale che porta alla nascita di gruppi d’azione. Non è la distruzione di una realtà ostile, ma la creazione di una rete di sostegno simbolico all’interno della quale ognuno può trovare il proprio posto nel mondo in relazione agli altri. Prendere parte alla vita politica si configura come un passo verso la costruzione di sé stessi, un passo mi sembra essere in qualche modo sempre presente.

Sarebbe facile annotare che oggi lə giovanissimə non vanno a votare e sono molto meno interessatə alla politica rispetto agli anni Settanta. Invece — io credo — si tratta di due situazioni in qualche modo simili: in entrambi i momenti c’è, ed è manifesto, un rifiuto per la politica istituzionale, vissuta come prodotto difettoso di una generazione precedente, oppressiva e paternalistica, e invece una simpatia per movimenti extraparlamentari e un orientarsi verso discorsi che non sono ancora esauriti e lasciano spazio per la produzione di pensieri nuovi. La differenza sta forse nel fatto che questi movimenti erano allora riusciti a guadagnarsi un posto nella scena pubblica attraverso le manifestazioni violente, cosa che oggi non avviene, o perlomeno non ancora.

L’Italia esplosa

Valerio Aiolli, in Nero Ananas (Voland, 2019), fa qualcosa di ancora diverso eppure in certo qual modo convergente con gli altri autori e autrice. Mi piace pensare al suo romanzo corale come al turbinio dei frammenti e dei detriti che scaturiscono da una violenta esplosione, e pur essendo idealmente prodotti della stessa forma originale, assumono traiettorie anche molto diverse tra loro, rimbalzano e si scontrano. Valerio Aiolli ci presenta uno straordinario ventaglio di personaggi che incarnano gli spiriti diversi di un tempo comune: tuttə quantə, ognunə a suo modo, stanno facendo i conti con il “botto” di Piazza Fontana.

Un aspetto molto evidente è l’eterogeneità di questi personaggi: c’è un bambino la cui sorella decide di vivere in clandestinità, un Presidente del Consiglio, alcuni uomini dei servizi segreti, un medico, un manipolo di giovani che ascoltano inni del terzo Reich. Aiolli sembra ribadire anche lui la legittimità dei molteplici sguardi sulla Storia. Ma sembra anche mettere l’accento su un aspetto che solitamente riferiamo al mondo post-massmediale: la polarizzazione.

Uno in particolare dei suoi personaggi, di professione judoka, si definisce infatti un “fascista”. Il suo fascismo tuttavia ha qualcosa in comune con l’azione politica di Nimbo, e anche qui ha conseguenze molto concrete. In generale il judoka di Aiolli, così come L.B. tradito dal suo partito, sembra far parte di una famiglia di personaggi trasversale per colore politico. Nero Ananas suggerisce una scissione diversa da quella tra destra e sinistra o moderatismo diplomatico ed estremismo violento. Oppone invece giovani idealistə in cerca di una patria esistenziale a cinichə opportunistə che tuttavia, con l’acume o col potere, riescono a strumentalizzare i fervori dellə primə per proprio tornaconto. È messo in luce qui un meccanismo di polarizzazione pilotata simile a quello a cui possiamo assistere durante alcuni talk show televisivi, in cui lə ospiti litigano tra loro intorno a discorsi senza fondamento né utilità, a vantaggio dell’audience dell’emittente televisiva — ancora più semplice il paragone con la scena socialmediale.

Qui, con l’opposizione diretta, si completa la ripresa di un modello passato. Se infatti il mito fondativo delle sinistre extraparlamentari erano le brigate partigiane, quello delle destre combattenti è lo squadrismo fascista. Assecondando la loro naturale ricerca di appartenenza, un potere vecchio e cinico riesce a spingere i giovani a cercare sé stessi dentro gli schemi di un mondo passato, riportando un auge e proiettando nel futuro categorie appartenute ai loro padri e nonni.

Antonio Scurati, autore di M. Il figlio del secolo e M. L’uomo della provvidenza, ha parlato in alcune interviste di questo fenomeno sociale (e in seguito letterario) di rimessa in discussione del concetto di fascismo. A renderlo possibile, secondo Scurati, è quella che lui definisce «fine della pregiudiziale antifascista» che per molti anni ha abitato il discorso pubblico in Italia. Il tabù circa la nostra partecipazione come popolo all’imbroglio fascista è gradualmente venuto meno, rendendo possibile l’apertura di un dibattito sul fascismo che fosse laico e scevro da pregiudizi, la ricomprensione della stessa parola “fascismo” tanto nella finzione narrativa quanto nella riflessione democratica da cui per anni è stato escluso.

Il risotto di Aldo Moro

Mi riservo a questo punto di fare una piccola deviazione per andare a toccare un libro fuori programma, che non è un romanzo né un saggio, ma forse piuttosto potremmo chiamare un documento.

Nel 1979 Leonardo Sciascia, scrittore e intellettuale notissimo in Italia, era anche deputato per il Partito Comunista. Quel 16 marzo, a Roma, le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro per sottoporlo al cosiddetto “tribunale del popolo”. Durante i 55 giorni della sua prigionia Moro scrisse diverse lettere, molte delle quali furono pubblicate subito dalla stampa. In questo contesto si svolse il dibattito intorno all’eventualità di trattare con le Br per ottenere, in cambio di un riscatto, la liberazione di Moro. Proprio all’interno di questo dibattito, L’affaire Moro (Adelphi, 1978) raccoglie l’intervento di Leonardo Sciascia.

La linea della fermezza della Dc è politicamente consistente, secondo Sciascia, nella misura in cui evita di creare un precedente che avrebbe esposto di lì in avanti ogni personalità politica di spicco al rischio di un nuovo rapimento. Eppure, durante quei 55 giorni, si percepisce quasi il desiderio da parte della politica e dei mezzi d’informazione di “gettare la spugna” sul caso Moro. Fa comodo al pensiero (o al non-pensiero) lasciarsi scivolare nello sconforto e nell’immobilità, e speculando immostruosire l’immagine delle Br non tanto per i loro gesti brutali, quanto per cedere a una inerzia inconscia, un bisogno di sentirsi vittime della strategia della tensione.

Sarebbe stato possibile ricostruire la posizione di Moro dalle informazioni presenti nelle sue lettere? E se non fosse stato possibile, sarebbe almeno valsa la pena di provare? Sciascia non lo dice mai fuori dai denti, ma L’affaire Moro è un’accusa di omertà non solo verso la classe politica e i mezzi d’informazione ma verso tutta l’Italia.

Il trauma per il rapimento di Moro ci ha sopraffattə, congelatə, ci ha fattə ricadere in quel tipo di impotenza rabbiosa che in politica è del tutto sterile fino a quando non arriva sulla scena un uomo (o un movimento, o un ideale) capace di canalizzare questi sentimenti e metterli in comunicazione. Questa immobile attesa, che è propria sia della popolazione comune che della classe politica, è ciò che mi pare Sciascia voglia condannare.

Lə brigatistə sono esseri umani che scambiano auto, affittano case e preparano il risotto alla milanese. Non sono supereroi: commettono errori, non possono e non devono spaventarci fino all’immobilità. Certo Moro è stato rapito, questo è un fatto, le Br hanno dato prova del loro coraggio. Ma i fatti non sono giustificati nel loro accadere soltanto perché sono accaduti. I sistemi di pensiero, come i dedali, hanno un ingresso e un’uscita, e così la strategia della tensione. Ma per sbrogliarla occorre capire che le cose avrebbero potuto andare diversamente e che, proprio per questo, nel futuro potranno andare diversamente. Sciascia lo ha imparato a proposito delle mafie. Il potere di alcuni sistemi è quello di convincerci che non esiste un’alternativa, di spingerci giù nella posizione delle vittime offese, fino a quando scopriamo che non è poi così scomoda.

Calabresi e la finestra su Piazza Fontana

In una immaginaria chiusura del cerchio, vorrei tornare a parlare di un uomo dello Stato come il magistrato Colnaghi: il commissario Calabresi. Romanzo di una strage (2012) è un film diretto da Marco Tullio Giordana, ispirato al libro-inchiesta Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli (Ponte alle Grazie). Come si può intuire, questa storia ci ha fattə oscillare diverse volte tra il romanzo di finzione e la realtà. Come L.B. e alcuni personaggi di Aiolli, i protagonisti di questo film sono persone realmente esistite e a loro volta entrate a far parte della storia d’Italia. Dalle prospettive individuali siamo arrivatə dunque a quelle grandi narrazioni che hanno cercato nel corso del tempo, attraverso inchieste e processi, di dare conto della “notte della Repubblica”. Ma di nuovo, anche all’interno di un racconto che è quello che potremmo trovare in un libro di storia, Romanzo di una strage prova a mettere in scena la componente umana del fatto.

Questa è una foto d Piazza Duomo a Milano, durante i funerali delle vittime di Piazza Fontana. Se non hai mai visto i video di questa scena ti sembrerà incredibile, ma prova comunque a immaginare la situazione. Sta piovendo e in Piazza Duomo c’è un silenzio assoluto. Questa folla è fatta di uomini e donne, giovani e vecchiə, impiegatə, studenti e operaiə. È riunita per i funerali di sconosciutə, non è riunita per ricordare qualcuno che non c’è più, ma per condividere un dolore con chi c’è ancora. Nessunə parla o si muove. Non si piange per i morti ma per sé stessə.

La componente umana dietro la strage di Piazza Fontana è la strage stessa. Non più il “botto”, non ancora la “strategia della tensione”. Gli intrighi, le colpe, sono tutte cose che ci penserà il futuro a portare a galla. Non la paura, perché quella avrebbe impedito alle persone di uscire e andare a riunirsi in Piazza Duomo. Quello che succede in questa foto, la scena che Nero Ananas di Valerio Aiolli sfiora e Romanzo di una strage cerca di motivare, è impregnata della consapevolezza di vivere in un mondo malato. È l’assurdo camusiano, un male che si presenta senza ragione, né causa, né volto, e non può che essere accettato. E forse, una volta accettato diventerà un assurdo familiare e rassicurante, che è sempre e comunque preferibile all’assurdo che non si conosce. Ma prima, prima di arrivare all’inerzia e l’omertà, è innanzitutto straziante.

Qui si muove il commissario Calabresi, ossia colui che ha l’incarico di dare un volto a questo assurdo. Come nel peggiore dei romanzi gialli, la domanda è una e semplice: chi è stato? E come nel peggiore dei romanzi gialli, si può credere che il protagonista sia un eroe. La versione che Giordana sceglie di raccontare è quella ufficiale secondo cui, nel momento in cui il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, interrogato alla questura di Milano, finiva fuori dalla finestra, Calabresi non era presente nella stanza. Sceglie insomma di ridarci un po’ di speranza nella possibilità dell’eroe senza macchia, un singolo bagliore retto in mezzo alle traiettorie dell’assurdo di cui il volo dalla finestra è emblema e sigillo.

Nella narrazione scelta da Giordana, Calabresi è come una sagoma di carta stagliata su uno sfondo scuro. Mostra tutto il bene, lo spinge oltre il dubbio, ed ecco che per contrasto vediamo risaltare la profondità del male che gli sta tutto intorno — e che infine lo inghiottirà.

Per concludere

Se questi anni di piombo restano per buona parte un mistero, ciò che di loro è stato raccontato e ciò che è stato taciuto possono comunque dirci molto su noi stessi e sulle dinamiche della storia politica d’Italia. E se tutte queste storie servissero a faci porre delle buone domande sul corso futuro della nostra politica, senza la pretesa di azzardare delle risposte, sarebbe comunque valsa la pena di scriverle.

Ciò che accade quando la teoria si concretizza è che la complessità entra in gioco in modi che non era possibile prevedere. I frammenti, scomposti in un moto browniano, possono collidere o rincorrersi, sfiorarsi o non incontrarsi mai; possono dare vita a pensieri ed eventi che sono unici e tengono conto di tutte le variabili che vogliono in un ordine insondabile. Le teorie sono come reti per cogliere questo moto, ogni rete con la sua forma peculiare, ma con le maglie così larghe da lasciar entrare tutta la contingenza. E appunto perché contingente, neanche il più minuzioso Karl Marx può prevedere che ne sarà della sua teoria una volta che sarà diventata realtà.

Il potere di un romanzo è quello di restituire a posteriori qualcuna delle traiettorie nell’insieme delle forze che sono entrate in gioco. Il caso, le scelte, la componente umana che guida le azioni, che motiva un punto di vista tra tutti quelli che compongono questa complessità. Un romanzo è libero dalla necessità di dare un giudizio complessivo (cosa che ci riserviamo comunque di fare sui social network). Gli manca il rigore della Storia e della scienza; arriva tardi ed è sempre parziale. Assomiglia a quell’unico esemplare che è consapevole di far parte di un branco di nottole anarchiche.

24, from Italy. I work in Media and Communication, interested in literature, tech and LGBTQ+ topics. [he/him]

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